2016/2018: la serie storica del voto nella pianura bolognese è impietosa

2016/2018: la serie storica del voto nella pianura bolognese è impietosa

Nei nostri territori al clima di sfiducia generale si somma il rifiuto di un sistema di potere che, buono o cattivo che sia, viene visto da molti come il nemico

Giugno 2016

Comunali, San Giovanni in Persiceto – PD Centrosinistra 44,05%

Giugno 2017

Comunali, Budrio – PD Centrosinistra 47,13%

Giugno 2018

Comunali, Imola – PD-Centrosinistra 44,56%

Ottobre 2018

Referendum per la fusione dei comuni di Castenaso e Granarolo

Sì: 21,94% – 28,58%

No: 78,06% – 71,42%

Referendum per la fusione dei comuni di Baricella e Malalbergo

Sì: 37,67% – 31,50%

No: 62,33% – 68,50%

Chi da tempo ragiona su dinamiche strettamente locali, comune per comune, strada per strada, per capire le sconfitte elettorali e referendarie nel territorio bolognese, è completamente fuoristrada. Ho già provato a spiegarlo più volte ma quella lettura resta ancora in campo, forse perché più semplice e consolatoria.

Non sto negando che ogni piccola questione amministrativa abbia il suo peso: “Non ti voto perché gli avventori del bar sotto casa fanno rumore la sera tardi”. Ma quando la serie storica è a senso unico (e in netto peggioramento), le questioni sono più grandi e vanno molto al di là dei singoli confini comunali: “Sei bravo ma non ti voto perché, se vinci tu, vince il PD”. Sto semplificando, ma nemmeno troppo.

La sensazione più diffusa tra gli addetti ai lavori è che non conti più cosa si fa e cosa si propone. Conta molto di più chi lo fa e chi lo propone. O meglio: a quale partito aderisce, a quale storia politica appartiene. Un esempio: ci sono fatti concreti ritenuti positivi da tutti che però non vengono valutati nella loro oggettività, ma secondo la percezione diffusa del momento. “Hanno costruito una nuova palestra? Lo fanno per prendere voti alle prossime elezioni. Chi pensano di fregare?”.

Insomma, quando chi amministra appartiene all’area politica che è sempre stata lì, la valutazione per tantissimi cittadini non ha più niente a che fare con il merito delle questioni o i risultati concreti, ma con il clima che si respira. E oggi il sentimento più diffuso è quello della sfiducia verso chi – a torto o a ragione a seconda dei casi – viene considerato establishment.

C’è il livello nazionale: referendum costituzionale ed elezioni politiche dovrebbero (o avrebbero dovuto) insegnarci qualcosa. Ci sono i livelli locali. Ma i contesti politici si sovrappongono, confondendosi. Anche qui a torto o a ragione a seconda dei casi, il PD è considerato l’incarnazione del potere da abbattere; chiunque altro è il paladino del cambiamento, anche quando non se ne conosce né la storia né il programma.

Nel nostro territorio questo vale e pesa ancora di più, per ragioni storiche e ideologiche: il sistema di potere – oggi in via di dissolvimento – era fondato su forti dinamiche democratiche e di riscatto sociale e ha meriti straordinari, facendo diventare le nostre terre tra le migliori al mondo per quasi tutti gli indicatori sociali ed economici che hanno a che fare con la qualità della vita. Ma è pur sempre un sistema di potere, via via più chiuso e autoreferenziale.

Nelle tornate locali in provincia tra il 2016 e il 2018 non vince una proposta (che peraltro non c’è): si affermano – solo nelle urne – opzioni molto diverse tra loro perché prevale il rifiuto di chi è sempre stato lì, nel bene e nel male. Chi è sempre stato lì coincide con il partito alla guida del Paese dal 2011 al 2018. Anni di importanti risultati, ma anche anni di grande sofferenza sociale, culturale, istituzionale.

Dunque, tutte le “colpe” si sovrappongono: alla dimensione nazionale si somma, qui da noi, il peso della storia dell’Emilia rossa. O meglio: la percezione che si ha oggi di quella storia. Ci sarà molto da lavorare, guardando in faccia la realtà, e non è detto che ce la faremo. Ma non provarci sarebbe imperdonabile.