2019, l’anno della responsabilità, nonostante i cattivi esempi della politica

2019, l’anno della responsabilità, nonostante i cattivi esempi della politica

Sostenibilità, responsabilità sociale e trasparenza saranno le parole chiave del 2019

Si fa un gran parlare di responsabilità sociale e sostenibilità, relazioni ed empatia, coerenza tra valori enunciati e praticati. Nel 2019 tutto questo sarà ancora più evidente.

Sempre di più dal mondo privato, dalle aziende, dai grandi marchi arrivano segnali – più o meno genuini, poco importa – che danno conto di questo cambio di paradigma: iniziative benefiche e solidali, politiche ambientali ed ecologiche, campagne d’opinione e di sensibilizzazione e, più in generale, un’assunzione di responsabilità di fronte a ciò che mette in pericolo il pianeta e il benessere delle persone, nelle piccole e nelle grandi cose. La strada imboccata è probabilmente irreversibile e – si spera – queste politiche aziendali (interne ed esterne) saranno accompagnate da un cambiamento che coinvolgerà l’essenza stessa del processo produttivo. In una parola: la coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa, tra messaggi e azioni concrete.

E la politica? In Italia sembra andare in una direzione diversa: basta guardare ai vertici dei due partiti di governo, Lega e Movimento 5 Stelle.

Matteo Salvini, il Ministro dell’Interno (cioè colui che ha la guida politica e anche morale delle forze di sicurezza) si fa fotografare allo stadio con un pregiudicato, ex spacciatore e pubblica una foto con pane e Nutella poche ore dopo un brutto terremoto nel catanese e l’uccisione di un uomo sotto protezione: la protezione dello Stato che lui rappresenta e del ministero che lui guida. Salvini, dunque, parla un linguaggio diverso dalla responsabilità e dalla coerenza, imboccando continuamente strade in contromano: poco importa che al momento questo non stia scalfendo il suo consenso. Il problema della coerenza rimane e prima o poi presenterà il conto.

Sorvoliamo poi, per pietà, sull’altro vicepremier (Luigi di Maio), talmente ignorante e incompetente sulla cosa pubblica da non meritare nessuna riflessione sul tema. Ma dell’altro leader del maggior partito italiano, Alessandro Di Battista, si fa fatica a tacere.

Riassunto delle puntate precedenti: l’azienda di Di Battista non paga i fornitori e i dipendenti e non si mette in regola con le banche e il fisco. È solo «una delle tante piccole imprese in crisi», dice lui. E ce lo fa sapere dal Sud America, dove si trova da molti mesi per una lunga vacanza con la famiglia.

…una delle tante imprese in crisi. Vero. Ma parziale e truffaldino, perché ci sono anche tante imprese (in crisi e non in crisi) che fanno i salti mortali per rispettare le regole (tutte), perché “così si sta al mondo”, perché o si è responsabili sempre o non lo si è mai. E soprattutto lo si deve essere verso tutti: dipendenti, clienti, fornitori, partner, collaboratori e anche verso la società nel suo complesso.

Ecco, a me questo discorso di Dibba proprio non va giù e non lo accetto.

C’è poi un fatto che i fans a 5 stelle non vogliono considerare. Chi guida quelle “piccole imprese” non stacca mai, corre giorno e notte per salvare la ditta ed è altamente improbabile che se ne stia in vacanza per mesi in Sud America.

Ricapitolando, dipendenti e fornitori dell’azienda di Di Battista aspettano di essere pagati. Lui invece è uno che fa la morale al Paese, un “arricchito figlio di papà, da una vita in vacanza”.

Non serve aggiungere altro.