Autostrade e oltre: la politica deve affrontare la questione del rapporto pubblico/privato

Autostrade e oltre: la politica deve affrontare la questione del rapporto pubblico/privato

In gioco ci sono i servizi per le persone, il lavoro delle imprese, i capitali, la borsa. E la credibilità di politica e istituzioni. Ma cosa viene prima? Quali valori e princìpi valgono di più?

 
Come ben si può immaginare, la questione è più ampia di Atlantia, Autostrade, Toninelli e Benetton…  ed è affrontata, secondo me, in modo superficiale e strumentale da Di Battista e dal Movimento 5 Stelle. La questione riguarda tutte le infrastrutture pubbliche e i servizi fondamentali dati in gestione a società esterne, pubbliche o private.
 
In realtà, prima di azioni roboanti, di fronte alla politica c’è il grande interrogativo su ciò che (non) ha funzionato in questi ultimi vent’anni nel rapporto tra pubblico e privato, tra istituzioni e capitale, nelle diverse articolazioni. Grandi società, di natura privata o a controllo pubblico, che gestiscono ambiti e “oggetti” decisivi per il Paese garantire la salute e la qualità della vita delle persone (si pensi a un bene comune come l’acqua), per creare ricchezza, per mettere in connessione (fisica e digitale) le persone, le imprese, l’Italia.
 
Di questo parliamo: del rapporto che si instaura tra chi ha il compito di garantire, direttamente o indirettamente, tutto questo – la politica – e chi ha in gestione (diciamo così) tutto questo. Quanto il controllo è vero controllo? Quanto le linee di indirizzo sono rispettate e verificate? La delega data a imprese di capitali privati o a importanti strutture manageriali, pur in contesti molto diversi, non rischia di apparire o essere un’abdicazione, un ritrarsi della dimensione pubblica (politica) che a un certo punto inizia a dare tutto per scontato e smette di occuparsene seriamente?
 
Qui c’è il nodo da affrontare: ciò che dovrebbe essere sotto la guida e il controllo (diretti o indiretti) di istituzioni espressione dei cittadini dai livelli territoriali al governo nazionale, lo è davvero? Certo, un’azienda a capitale a maggioranza pubblica è diversa da un gruppo di capitali concessionario per la gestione di infrastrutture e servizi. Ma li metto volutamente dentro lo stesso ragionamento, perché anche se cambiano la forma e la prassi dei rapporti, l’oggetto di cui parliamo è sempre lo stesso: infrastrutture e servizi fondamentali per la vita privata, sociale ed economica della popolazione che si è chiamati a rappresentare. Una rappresentanza che dovrebbe significare difesa degli interessi generali, nella gestione di infrastrutture e servizi che sono elemento portante della comunità locale e di quella nazionale, possibilmente partendo da chi ha meno risorse e opportunità, e guardando a chi innova il sistema sociale ed economico del Paese.
 
Si parte da qui e sono più le domande delle affermazioni. Quelle lasciamole a chi fa propaganda e gazzarra politica sul ponte di Genova, nel mercato della politica fatto di tweet e sparate irresponsabili davanti ai microfoni.
 
Ma le risposte vanno costruite ripensando tutto. A partire dal fatto che in tanti anni si è permesso a gruppi di potere fuori controllo di chiudersi in se stessi e non rispondere a nessuno del proprio operato, mentre a prevalere era (è) il profitto e non il servizio, il denaro e non le persone. E visto che non parliamo di libero scambio di merci, ma di mercati regolati e servizi essenziali, il quadro di fronte a noi ha bisogno di un ribaltamento ancora più forte, sociale e culturale. Ripeto: deve essere la politica a farsene carico.
 
Dunque, risposte nuove hanno bisogno di domande forti e radicali. Serve un ragionamento netto nel definire il punto di vista dell’interesse generale e gli strumenti giusti per difenderlo. A una sinistra che vuole guardare al futuro con un’identità forte lo impongono il senso di giustizia e l’idea che solo così si riunifica una comunità nazionale, oggi spaesata e incredula. Costruire risposte ripartendo dai fondamentali e dalla radice delle questioni che abbiamo davanti. Servono competenze e coraggio per rompere schemi e incrostazioni. Ma non siamo del tutto sprovvisti di mezzi ed esperienze, se prendiamo il meglio dalle pratiche in atto, scartando con grande attenzione e severità ciò che rende più deboli e ininfluenti i cittadini e il loro interesse. Da qui si dovrebbe ripartire. Poi verrà il resto.