Biden vince, senza se e senza ma

Biden vince, senza se e senza ma

Alla fine Joe Biden vincerà con un margine più largo di quanto il testa a testa di questi giorni facesse apparire.

Nel voto popolare Biden stacca Trump di 4 milioni di voti.

È la quarta volta, negli ultimi 100 anni, che il presidente in carica non viene riconfermato. Questo evento, insieme ai numeri del voto popolare, mostra la netta sconfitta del candidato repubblicano, nonostante la buona performance in molti stati, Ohio e Florida su tutti. E nonostante la narrazione enfatica del suo poderoso recupero. Era quasi un referendum su di lui e lo ha perso, con i democratici che riconquistano la Rust Belt persa nel 2016.

Il risultato delle urne, un anno fa, sarebbe stato considerato un trionfo di Biden e dei democratici. Oggi, invece, il disastro nella gestione Covid (che secondo gli osservatori avrebbe dovuto affossare Trump) e i sondaggi degli ultimi mesi lo trasformano in un’apparente vittoria di misura. È realmente di misura nel rinnovo del Congresso e se il Senato dovesse restare al GOP, questo rappresenterebbe un elemento chiave della politica americana dei prossimi 2/4 anni.

Ma una vittoria è una vittoria – maturata anche “in trasferta”, come in Arizona e in Georgia – attestata da una valanga nel voto popolare come mai prima d’ora. Il tentativo di alcuni commentatori progressisti di rappresentare questo risultato come una mezza vittoria (non ci sarebbe stata “l’onda blu” prevista dai sondaggi) appare infondato e ora è smentito anche dai numeri.

Biden sarà dunque il Presidente che ha avuto il maggior numero di voti nella storia degli Stati Uniti, grazie al record di affluenza registrato quest’anno.

Se si guarda la cartina degli USA e la suddivisione dei grandi elettori stato per stato, si conferma la spaccatura che in molti scoprono oggi, ma che abbiamo sempre visto: da una parte gli stati del sud e dell’America “profonda”, dall’altro quelli delle coste e del mid-west. Ma a ben guardare le differenze elettorali sono anche dentro quasi ogni singolo stato: spesso seguono la linea di confine tra centro e periferia, o per meglio dire tra città e campagna. Si riscontrano nel voto altissimo per Biden anche nei sobborghi e nelle periferie urbane, mentre Trump vince con ampi margini nelle aree rurali. Più in generale vanno considerate le divisioni razziali, di genere, culturali e generazionali.

Ma, stando ai voti, la polarizzazione politica non sembra niente di diverso da ciò che esiste in tutte le democrazie occidentali: le proposte dei due partiti (o dei due poli) spaccano l’elettorato perché sono per loro natura divisive. Chi vota decide, di volta in volta, qual è la preferibile o la preferita.

La vera novità del 2020 è che –  a spoglio in corso – le regole del gioco sono state messe in discussione da uno dei due contendenti. Anzi, il presidente in carica ha chiaramente parlato di brogli e frodi elettorali. Qui risiede la straordinarietà di ciò che stiamo vivendo in questi giorni.

È la conferma che a destra, nel mondo, prevale un’opzione che delegittima le regole e i valori condivisi della democrazia liberale. Non era mai successo. Mettere in discussione il campo di gioco, fino a “sovvertirlo”, è un tratto di queste esperienze politiche da non sottovalutare, tanto più quando tentano di rappresentare quel sistema di regole come lo strumento delle élite contro il popolo.

Alle elezioni americane non conta il totale dei voti, ma dove vengono espressi. E allora va detto che Trump, pur perdendo, è riuscito nel grande (e complesso) obiettivo che da mesi si era prefissato: consolidare il proprio campo, mobilitarlo all’inverosimile, radicalizzando la sua diversità dal campo avverso. Ha costruito, in chi lo ascoltava, un’idea precisa dell’avversario e del nemico: “so bene cosa non voglio, non mi piace e non mi ci riconosco: questo mi basta a farmi decidere”.

Di più: Trump è stata la risposta giusta alla domanda del cittadino che, anche a sentimento, si chiede cosa sia meglio per sé. Adam Gopnik del New Yorker spiega bene l’America individualista e impaurita che ha votato, nuovamente, per i repubblicani in molte aree del Paese:

“C’è l’americano bianco che teme rivolte razziali nel proprio giardino di casa e ha paura che vengano rotte le vetrine del proprio panificio o della propria lavanderia, senza preoccuparsi del cosa le scatena. C’è l’agricoltore diffidente verso il benessere dei cittadini colti. Ci sono gli uomini che sentono di perdere il loro potere, anche economico, nei confronti delle donne. E ci sono i tanti, pure fra gli afroamericani e i latinos, preoccupati soprattutto del loro futuro economico. Tutte queste categorie hanno seguito il richiamo della retorica populista di Trump. Non necessariamente perché lo ritengono il leader migliore. Ma soprattutto, appunto, perché è quello che funziona meglio per loro”.