Ci commuoviamo nel Giorno della memoria. Poi in quello del ricordo. E quindi?

Ci commuoviamo nel Giorno della memoria. Poi in quello del ricordo. E quindi?

Uno scambio di battute con un’autorevole figura dell’associazionismo bolognese mi ha fatto riflettere sul senso del 27 gennaio e sul significato che sta assumendo, ritualmente e anche stancamente.

10 febbraio 2021

La superficialità con cui celebriamo il Giorno del ricordo mi ha spinto a cercare approfondimenti che ribaltano le ricostruzioni retoriche e parziali della “complessa vicenda del confine orientale” che leggiamo nei post ufficiali di istituzioni e partiti.

È evidente che in certi ambienti politici e culturali è più importante emozionare e commuovere, piuttosto che inquadrare storicamente i fatti, le testimonianze e le storie individuali e collettive. Lo dico perché è ciò che a volte mi è stato detto di fronte alla richiesta di un approccio storiograficamente rigoroso, seppur divulgativo: l’importante è che le persone si emozionino”.

Così, succede che le parole di Liliana Segre funzionano sempre, anche se decontestualizzate e messe insieme “a caso”. L’importante è emozionarsi: l’importante è che il montaggio del video abbia la musica giusta di background. Credo che Liliana Segre meriti molto più di questo.

Non è un problema se si racconta che la “liberazione” di Auschwitz è avvenuta per mano degli eserciti Alleati, perché l’importante è commuovere, non certo spiegare perché fu l’Armata Rossa a liberare quella parte di Europa dal nazismo. Sì può così sorvolare sui presupposti che resero possibile quella conclusione, a partire dalla battaglia più importante di tutte, cioè quella di Stalingrado.

Interessa poco spiegare come si sia insinuata e poi affermata la follia del tentativo di sterminio di minoranze etniche, religiose e politiche. Non si cerca di capire, tra le altre cose, ciò che ha permesso nei due decenni precedenti che si affermasse l’idea di superiorità di una razza, quindi ben prima della guerra e, peraltro, non solo in Germania.

Pochi giorni dopo la memoria, arriva il ricordo. Il 10 febbraio in pochissimi si prendono la briga di spiegare che, sul fronte orientale, gli italiani non possono essere considerati semplicemente come vittime.

Andrebbe ricordato, per esempio, che nel 1943 in Istria l’occupazione nazista portò all’eliminazione di circa 5.000 persone tra civili e partigiani. Andrebbe restituito in modo compiuto il quadro delle responsabilità dello stato italiano in quell’area già a partire già dalla prima guerra mondiale. Si renderebbe evidente che le violenze nazifasciste non furono certamente inferiori a quelle degli jugoslavi, anzi.

Non credo possano essere minimizzate le violenze del post-liberazione, così come bisogna sapere che Trieste in mano ai tedeschi non era certo un luogo più giusto e “meno violento”, a meno che non vogliamo offendere le vittime della Shoah e delle rappresaglie.

Infine, una questione più politica, che però ha sempre a che fare con la lettura della storia.

“E allora le foibe?” è un’esclamazione rivolta da destra che, di fatto, cerca di mettere sullo stesso piano olocausto e violenze dei comunisti.

Una volta per tutte andrebbe evidenziata a reti unificate la differenza tra due fenomeni molto diversi: da una parte ci sono le violenze, anche gratuite e insensate, contro avversari politici; dall’altra le violenze e le deportazioni indiscriminate contro minoranze politiche, etniche e religiose, che facevano parte dell’ideologia stessa di chi realizzava quelle atrocità. Tra questi non vi erano solo i tedeschi, ma anche chi fino alla fine fu al fianco della Germania nazista, vale a dire Mussolini e i fascisti.