Disintossicarsi dai social network per capirli meglio

Disintossicarsi dai social network per capirli meglio
L’esperienza di Manjoo rivela aspetti e dinamiche fondamentali nel rapporto tra social media e opinione pubblica. E il MIT rincara la dose!

DIGITAL DETOX

In un formidabile articolo, il giornalista del New York Times Farhad Manjoo ci racconta la sua esperienza di disintossicazione dal flusso quotidiano di informazioni. Al di là dell’esperienza in sé, il giornalista evidenzia aspetti importanti (e decisivi) di come l’opinione pubblica è stata ed è influenzata non semplicemente dai social network, ma dalle dinamiche che questi innescano nell’acquisizione delle informazioni da parte di ognuno di noi.

LO FACCIAMO TUTTI

Partiamo da ciò che viviamo tutti i giorni, più volte al giorno nel nostro rapporto con le notizie. Nella gran parte dei casi ne veniamo a conoscenza in tempo reale attraverso post su social network. Ma le notizie sono quasi sempre accompagnate da un commento. La notizia arriva “predigerita” (Manjoo) e il lettore non si sente spinto a informarsi realmente e ad approfondire: i commenti e le interpretazioni arrivano prima dei fatti e spesso prendono le mosse da singoli aspetti della vicenda senza considerare tutto il resto e il contesto. Non solo: in ognuno di noi c’è la tendenza a uniformarsi al flusso, alla massa. Quello che tutti stanno dicendo a proposito di un fatto o di una dichiarazione pubblica ci influenza profondamente e, di fatto, ci spinge in una condizione di disinformazione.

SENZA FILTRI?

La digitalizzazione era stata annunciata come un avanzamento della società e la disintermediazione come la soluzione dei problemi della democrazia in termini di partecipazione e trasparenza. Per quanto riguarda le notizie, in realtà, siamo di fronte a un peggioramento della nostra capacità di elaborare informazioni.

L’illusione di non avere filtri, è in realtà una grande trappola e il passo successivo, evidentemente, è quello di essere – tutti, nessuno escluso – “più vulnerabili alla propaganda” (ancora Manjoo). È lo stesso campo di gioco dell’esempio estremo di Umberto Eco: «i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel».

LA RICERCA DEL MIT SULLE NOTIZIE FALSE

L’équipe del Massachusetts che ha studiato la dinamica dei messaggi legati a notizie ci dice cose davvero importanti:

  • gli algoritmi non hanno un ruolo decisivo perché trattano nello stesso modo notizie vere e false;
  • le notizie false si diffondono sempre molto più rapidamente, più ampiamente, più profondamente (cioè, con catene di retweet lunghe il doppio, e dieci volte più veloci) delle vere
  • le notizie false tendono a suscitare sentimenti come paura, disgusto e sorpresa; quelle vere attesa, tristezza, gioia, speranza

Anna Maria Testa su Internazionale parla del significato di questa ricerca, con un riferimento anche alla nostra vita quotidiana:

Tutti noi, sempre, prendiamo decisioni in base a ciò che sentiamo e sappiamo. E se abbiamo a disposizione una mole crescente di informazioni sbagliate, che veicolano emozioni inappropriate, prenderemo sempre più spesso decisioni sbagliate e inappropriate.