Hub per minori stranieri. I temi dell’incontro a Vedrana

Hub per minori stranieri. I temi dell’incontro a Vedrana

Discorso fatto in apertura dell’incontro pubblico di lunedì 3 ottobre a Vedrana.

Innanzitutto ringrazio Don Gabriele per l’ospitalità e per aver condiviso con noi l’idea di incontrarsi per approfondire questo importante tema. Così come ringrazio la Consulta frazionale per aver diffuso l’informazione sulla serata.

Voglio partire dal senso di questo incontro pubblico: l’idea è quella di conoscere. Questa parola è importante e chiedo di tenerla presente, perché quando si conoscono le cose, se ne ha meno paura e le si può affrontare con più tranquillità e normalità. Questo, peraltro, è il nostro modo di lavorare su qualsiasi tema importante per la nostra comunità: in modo aperto, senza filtri, mettendoci la faccia. Oggi è il 3 ottobre e siamo esattamente a 3 anni da una delle più grandi tragedie del nostro mare, a Lampedusa: nell’incendio e nel naufragio morirono 366 persone e 20 risultano dispersi. Proprio in questi giorni il film di Francesco Rosi “Fuocammare” è stato candidato agli Oscar in rappresentanza dell’Italia. Il film parla degli sbarchi e del continuo lavoro di accoglienza che viene svolto da tutta la comunità di Lampedusa.

Possono essere utili qualche informazione e qualche numero su ciò che sta accadendo. Intanto l’accordo dell’UE con la Turchia ha fortemente rallentato il flusso verso la Grecia, dove in pratica l’arrivo di migranti è quasi azzerato. Verso l’Italia invece non si registrano particolari variazioni nei numeri degli arrivi, nonostante si tratti di una rotta molto più pericolosa e lunga.

I numeri ci aiutano a capire: nel 2015 circa un milione di persone ha attraversato il Mediterraneo. Si tratta del dato più alto di sempre (erano 216mila nel 2014, 60mila nel 2013 e 22mila nel 2012). Di questo milione di persone, 856mila sono sbarcate in Grecia e 153mila in Italia. In Italia gli sbarchi si concentrano nei mesi estivi e poi ancora a ottobre e novembre. Questo flusso di persone concentrato in poco tempo produce un forte impatto temporaneo sul sistema di accoglienza italiano, ma sono numeri che non incidono in maniera significativa sulla presenza stabile di stranieri in italia. Da dove arrivano: in larga parte da paesi africani, in particolare Africa sub-sahariana; sono soprattutto uomini (il 70%) e sempre di più sono minori non accompagnati (il 16% degli arrivi, in continua crescita).

In quanti muoiono in mare? Le Nazioni Unite stimano che siano 4.176 le persone morte o disperse nel Mediterraneo nell’ultimo anno (alla data del 5 settembre 2016): parliamo in media di 11 persone (tra uomini, donne e bambini) morte ogni giorno negli ultimi dodici mesi. Dall’inizio del 2016 una persona ogni 42 che hanno tentato la traversata dal Nord Africa verso l’Italia ha perso la vita, rispetto al dato di 1 ogni 52 dello scorso anno: il 2016 è diventato l’anno col tasso di mortalità più alto mai registrato nel Mediterraneo centrale.

Ci vorrebbe una serata intera per descrivere con i dati lo scenario a cui stiamo assistendo. Ma già questo può bastare a definire epocale questo fenomeno: un fenomeno che ci destabilizza, ci preoccupa, ci fa paura. E’ normale che sia così. Ma non siamo di fronte a qualcosa che può finire da un giorno all’altro, perché i problemi da cui nasce non si risolvono con una mossa, né in poco tempo: è un fenomeno che entrerà nella storia che si studierà tra qualche decennio. Per questo va compreso e affrontato. Qualche parola sul perché tutto questo accade (le rubo a due giornalisti di un giornale tedesco, Die Zeit): “Una parte del mondo ha ottenuto un benessere senza precedenti e lo ha chiamato globalizzazione. Ora però la globalizzazione sta invertendo la rotta: all’improvviso l’altra parte del mondo, quella più povera, si dirige verso l’occidente, perché qui non ci sono guerre. […] C’è motivo di sperare che qualcosa cambi, perché è evidente che il prezzo della disuguaglianza globale sarebbe una vita costretta tra muri e fili spinati. Pet tutti, non solo per i poveri.

Io credo che in questo momento l’Europa stia gestendo male sia il fenomeno complessivo, sia l’emergenza. A essere buoni possiamo parlare di inerzia dei governi europei, interessati più a lasciare le persone lontane che a tutelarle, senza capire che senza risolvere i problemi che spingono milioni di persone a spostarsi continueremo ad assistere a questo esodo. In questo quadro, c’è molta ipocrisia nell’Unione Europea che mentre il disastro accade, istituisce per oggi la giornata in memoria delle vittime dell’immigrazione.

Da un lato va detto che il fallimento del referendum in Ungheria contro l’assegnazione di quote di migranti è una buona notizia.

Dall’altro, di fatto, c’è un grande debito che l’Europa ha nei confronti dell’Italia che si sta facendo carico, praticamente da sola, dell’accoglienza e dell’emergenza. E’ qui, secondo me, il vero punto politico della questione e non altrove: fare in modo che l’Europa non se ne disinteressi, perché questo modo di affrontare l’emergenza non potrà durare a lungo.

Complessivamente non siamo affatto contenti di come vanno le cose, ma fa bene l’Italia a mantenere e difendere l’impostazione umanitaria che non è solo una scelta politica contingente, ma significa qualcosa di più, cioè “restare umani” di fronte alle tragedie.

In sintesi, provo a ricapitolare come funziona il sistema di accoglienza in Italia. Chi sbarca in Italia viene identificato e successivamente viene destinato ai centri di prima accoglienza, diffusi su tutto il territorio nazionale. In Emilia-Romagna, per esempio, esiste un hub regionale di prima accoglienza: è quello di via Mattei a Bologna, vicino a Il Resto del Carlino. In questi centri inizia il percorso delle persone, seguite dal punto di vista sanitario e legale, nella scelta se chiedere di essere riconosciute come rifugiate, quindi avviare il lungo iter per l’asilo oppure no. Dopo un primo periodo di prima accoglienza, per chi decide di “restare” e attendere il pronunciamento delle autorità ministeriali sulla concessione dell’asilo, scatta la seconda accoglienza, normalmente in gruppi più piccoli e in strutture diffuse ormai su tutti i territori. Qui da noi gli strumenti sono principalmente due: quelli promossi volontariamente dai comuni (Sprar, Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) e i Cas (Centri di accoglienza straordinaria) definiti direttamente dalle prefetture in accordo con i proprietari delle strutture e con soggetti gestori in grado di gestire programmi di questo tipo. Il sistema delle prefetture è di gran lunga quello che sta prevalendo numericamente in tutto il Paese e anche nel nostro territorio: è un sistema più semplice e veloce, perché non c’è mediazione in quanto una volta trovata la struttura, individuato un soggetto gestore accreditato e destinato un certo numero di migranti, l’operazione è già operativa e si realizza, piaccia o no al comune chiamato in questione. Da questo si capisce bene come siamo ancora alla sola gestione dell’emergenza, con azioni unilaterali di un ente “sovraordinato” com’è normale che sia. Manca ancora un sistema stabile che affronti quella che ormai da tempo è una questione strutturale.

Nella Città Metropolitana di Bologna (ex Provincia) ormai quasi tutti i comuni sono coinvolti direttamente o indirettamente da progetti di accoglienza. Ci si organizza per distretti: ne esistono 7, Bologna fa distretto da sola e il nostro è quello di Pianura Est di cui attualmente io sono il Presidente, formato da 15 comuni di cui Budrio è capofila. Qualche numero che riguarda il nostro distretto può essere utile per capire cosa si sta facendo e che conseguenze si sono avute nei territori. Ad oggi nei Centri di Accoglienza Straordinaria (Cas), quindi seconda accoglienza, del nostro Distretto sono accolte 128 persone, così ripartite: Castenaso 4 ospiti, Budrio 18, Bentivoglio 14, Castello d’Argile 16, Pieve di Cento 6, Molinella 10, Granarolo 30, Castel Maggiore 13, Baricella 11, San Pietro in Casale 6 (10 comuni su 15).

E’ evidente, come dico da tempo, che se tutti dessero il loro piccolo contributo il sistema di accoglienza, pur con tutti i suoi limiti, sarebbe socialmente sostenibile e si potrebbe ridurre l’impatto che questo produce per esempio nelle grandi città.

Per quello che ho visto nel nostro distretto, si tratta di esperienze positive, in cui gli ospiti sono entrati in percorsi di integrazione e si sono resi disponibili a fare attività di volontariato, esattamente com’era successo a Budrio capoluogo con i primi 12 (nazionalità Bangladesh e Pakistan) e come sta avvenendo ormai da tempo a Mezzolara (provenienza Africa sub-sahariana). Si tratta di lavori utili al territorio alla comunità, dallo sfalcio del verde alla pulizia di strade e parchi, alla partecipazione nelle cucine delle nostre feste di paese e parrocchiali, fino alla gestione quasi in autonomia della distribuzione dei sacchetti per i rifiuti nella frazione di Mezzolara.

Per quanto riguarda Vedrana, entriamo in un campo diverso da quello descritto fin qui che ha riguardato i comuni (Budrio compreso), cioè la seconda accoglienza, in sostanza in attesa del “giudizio” sul diritto di asilo. Qui parliamo di prima accoglienza, di un hub per minori non accompagnati, una piattaforma attraverso cui transitano questi ragazzi che si fermano qui solo per il tempo necessario a essere assegnati a strutture di seconda accoglienza. Esiste già a Bologna (in via Siepelunga) un hub per minori (di 37 posti) che, peraltro, è gestito dalla stessa cooperativa che gestisce l’hub di Vedrana. La novità (positiva) è che si tratta un nuovo sistema di accoglienza diffusa tra i Comuni, rivolta ai minori stranieri che arrivano in Italia senza famiglia. A proporlo è stata l’ANCI (Associazione Nazionale dei Comuni) dell’Emilia-Romagna che ha vinto un bando del Ministero dell’Interno, finanziato dall’Unione Europea, orientato a qualificare il sistema di prima accoglienza dei richiedenti asilo minorenni che giungono nel nostro Paese o che vengono rintracciati nel territorio (il progetto è terzo classificato su 46 candidature).

Il progetto prevede l’accoglienza di 50 minori stranieri non accompagnati, per un periodo massimo di 60/90 giorni, dopo il quale arriveranno altri a “occupare” quei posti nell’hub. Verranno ospitati 20 ragazzi a Ravenna e 30 a Budrio (a Vedrana appunto). Il periodo massimo è dettato dalle regole attualmente in vigore. Normalmente viene rispettato, anche se, per chi è più vicino alla maggiore età, l’assegnazione a una struttura di seconda accoglienza è più “rallentata” proprio per aspettare di entrare in un sistema già organizzato per adulti.

Da “Mare Nostrum” in poi, per Budrio è la terza esperienza con gruppi di migranti. Per una serie di circostanze, Budrio è uno dei territori più ricettivi. Nonostante le decisioni sull’accoglienza non spettino ai comuni, ancora una volta ci dimostreremo, con orgoglio, una comunità solidale e accogliente e, insieme, attenta agli aspetti della tutela delle persone e alla sicurezza. Siamo certi che il presidio sulla struttura e l’attenzione ai giovani migranti saranno la priorità nell’attività della cooperativa Camelot, già strutturata ed esperta in questa attività. Per parte nostra, non mancherà tutto il sostegno affinché il progetto si realizzi nel segno della convivenza pacifica, del dialogo e della tranquillità.