Immigrazione e sicurezza: basta semplificazioni! È ora di fare politica in Africa e in Europa

Immigrazione e sicurezza: basta semplificazioni! È ora di fare politica in Africa e in Europa

Come spesso accade alcuni esponenti del nostro partito, pensando di farsi capire meglio, semplificano.

Da quando siamo al governo siamo già tornati a discutere di uno dei temi più complessi, divisivi ed elettoralmente segnanti di questi ultimi anni: l’immigrazione e quello che è – almeno nel discorso pubblico – il suo inscindibile rapporto con la sicurezza.

E allora via di dichiarazioni da premio Gac (vedere Diego Bianchi per saperne di più, ma sostanzialmente parliamo di una gara di ovvietà…) del tipo: “la nostra gente non vuole più morti in mare e vuole che le persone vengano soccorse, ma vuole anche vivere in tranquillità e sicurezza nella propria casa e nel proprio quartiere”.

Su tutti ha fatto discutere un tweet di Giorgio Gori, sindaco PD di Bergamo:

Provocazione: se scoprissimo che solo l’11% degli italiani chiede posizioni meno rigide contro una qualsiasi altra minoranza etnica o religiosa, la sinistra dovrebbe tenerne conto? E non impegnarsi per far cambiare questo stato di cose? Gori non fonda, così come ognuno di noi, le proprie opinioni sulla base dei sondaggi, ma forse sarebbe meglio anche non darlo a pensare.

Il problema che vedo è che questo approccio al tema immigrazione/sicurezza guarda solo all’oggi, all’immediato, al tweet del giorno, alla dichiarazione ad effetto da fare alla festa de l’Unità, da “ritagliare” in una clip e condividere poi sui social. Un approccio che non fa altro che rafforzare (e legittimare) l’idea di essere nell’emergenza, che a sua volta genera ulteriore percezione di insicurezza, che è già di per sé insicurezza.

Se non si vuole restare imprigionati in questa superficialità, bisogna quindi uscire dalla dimensione dell’emergenza. Tante volte lo abbiamo già detto e sentito dire ed è esattamente così. Ora si deve passare concretamente, ma anche culturalmente, dalle parole ai fatti, cambiando anche il linguaggio dell’emergenza.

Due le sfide principali:

  • agire sui motivi di fondo che spingono migliaia o milioni di persone a partire mettendo a rischio tutto, anche la vita;
  • condividere e suddividere il peso politico, economico e sociale dell’accoglienza tra i Paesi europei.

In sostanza, si tratta di fare politica in Europa e in Africa, o meglio verso l’Europa e verso l’Africa, come ha detto qui molto bene il ministro Enzo Amendola.

Infine, una preghiera a tutti noi che ragioniamo di questo tema: usciamo dal dibattito che ci vede divisi nella dicotomia “dentro/fuori”; usciamo cioè da quel clima culturale utile a chi ha costruito consenso su questa divisione, sull’odio e soprattutto sulla paura. I decreti sicurezza sono stati utili, in questo senso, a consolidare una sorta di “loop” del dibattito. Sappiamo bene che la realtà è molto più complessa e va fatto lo sforzo di rappresentarla, ascoltando e aiutando chi ci ascolta a interpretarla. Con quel rumore di fondo da “dentro/fuori”, nel frattempo, ci siamo dimenticati di ciò che funziona come molti progetti di integrazione e, soprattutto, abbiamo messo in secondo piano una dimensione umana e civile che deve caratterizzare le azioni su tutti i fronti politici e diplomatici aperti, di qua e di là dal Mediterraneo.