L’estate del 1990. 10 anni dopo la strage di Bologna

L’estate del 1990. 10 anni dopo la strage di Bologna

1990. Quella fu l’estate in cui, nel giro di poche settimane, mi resi pienamente conto di far parte di una comunità più grande di quella in cui avevo vissuto fino a quel momento, tra la famiglia, il quartiere, la scuola e il campo sportivo.

Era qualcosa che non riuscivo a vedere a occhio nudo, ma che incominciava a far parte di me e di cui sentivo di essere parte: il Paese con la P maiuscola, l’Italia. E accadde con due eventi molto diversi tra loro.

Il primo è legato allo sport che come sempre – più intensamente di molti altri fatti collettivi – è parte della memoria condivisa e ne scandisce gli anni e i decenni. Tra giugno e luglio del ’90 si giocò proprio in Italia il campionato mondiale di calcio. Non è facile spiegare la tensione e l’attesa che attraversavano tutti noi “cinnazzi”, alla ricerca spasmodica di notizie e curiosità su quell’evento formidabile che si stava celebrando proprio in Italia e anche a Bologna, a pochi chilometri da casa nostra. Avevamo intorno ai 10 anni e la vita davanti: la “ola” e gli spalti dell’Olimpico pieni di bandiere tricolore ci facevano essere parte di qualcosa di non ancora definito, ma che esisteva e, in qualche modo, era lì ad aspettarci.

L’altro evento in cui l’Italia entra in me arriva senza preavviso attraverso la televisione, 10 giorni dopo la finale del mondiale di calcio: la sera del 18 luglio sentii la rabbia dei miei genitori di fronte alla notizia dell’assoluzione di tutti gli imputati per la strage alla stazione di Bologna avvenuta 10 anni prima, il 2 agosto 1980. La mattina dopo è L’Unità (cioè il giornale che si leggeva in casa) a fissare nella mia memoria la gravità della cosa, con quella pagina bianca così diversa da tutte le altre che avevo distrattamente guardato fino a quel momento:

È il segno dell’indignazione e dell’ira. È la testimonianza dello sgomento, ma anche di una battaglia civile che continua ancora più forte.

Così c’era scritto su quella prima pagina, insieme alla foto simbolo dei soccorsi: l’urlo di Marina Gamberini, ventenne appena estratta dalle macerie.

Quella sera – e il giorno dopo di fronte alla prima pagina del giornale – capii che le cose non sono mai lineari, che c’è sempre un “non detto”, che esistono forze più o meno oscure, ma sicuramente malvagie, che si oppongono a chi vuole costruire il bene e la giustizia per la gente. Solo qualche anno più tardi compresi il senso delle parole strategia-della-tensione e complicità-di-settori-deviati-dello-Stato. Che poi: tensione come strategia per ottenere cosa? E settori deviati da chi? E verso dove?

Eccolo, dunque, il Paese in cui vivevo e vivo. Un Paese in cui, per sentirsi parte, serviva scegliere una parte, sostenerne le battaglie, non stare a guardare. Se sono diventato quello che sono, con i miei valori e le mie convinzioni, è anche a causa, anzi grazie a questo vissuto: il 2 agosto di ogni anno arriva sempre a ricordarmelo.