L’odio corre sul web. Qualcuno può dirsi davvero innocente?

L’odio corre sul web. Qualcuno può dirsi davvero innocente?

Le offese sul web fanno schifo. E fa schifo il contesto da cui prendono vita.

L’aspettativa indotta dall’idea che il World Wide Web fosse uno spazio di libertà senza proprietari e un luogo di confronto costruttivo tra le persone, orizzontale e democratico, nel corso degli anni ha subito una doppia beffa. Eppure, quella era la percezione dominante; così come le aspirazioni dei suoi entusiasti sostenitori e le convinzioni degli analisti di mezzo mondo.

Primo: oggi il web è letteralmente in mano a pochissimi soggetti globali di natura privata che ne gestiscono le infrastrutture fondamentali, oltre alla risorsa più preziosa: i dati.

Secondo: invece del confronto delle idee, dell’avanzamento della civiltà, della conoscenza diffusa, con i social network sono arrivati gli scontri tra le persone e i gruppi, le “bolle”, il tentativo sistematico di silenziare gli altri, un “tutti contro tutti” insopportabile e per nulla costruttivo. C’è chi ci ha costruito sopra una “bella” carriera politica e ci sono paesi che, grazie all’utilizzo sofisticato di questi strumenti, hanno influenzato e avvelenato la dinamica democratica di altri paesi. Ne parlavo anche qui.

Nessuno, in nessuna realtà sociale, culturale e territoriale, è estraneo a questo contesto e anche alle sua manifestazioni più negative e degradanti.

La vicenda delle allusioni offensive rivolte a Luca Capitani è paradigmatica. Si è trattato di un commento grave, sbagliato e da condannare, senza se e senza ma. E sono interessanti anche le reazioni che ne sono seguite, perché ci parlano proprio di quel contesto che va compreso per essere cambiato in meglio.

Come detto, fa schifo questo modo di utilizzare i social. Quando poi l’hate speech si rivolge contro le donne o contro l’identità sessuale delle persone, è qualcosa di ancora più odioso e inaccettabile. Lo sappiamo bene, visto che due anni fa, vittima di questa odiosa pratica fu la capogruppo di opposizione in Consiglio comunale, per mano di un autorevole esponente della Pro Loco di Budrio. E lo sappiamo bene, visto che in questi anni siamo gli unici (come PD e Budrio Più) a promuovere iniziative su questi temi, coinvolgendo peraltro gruppi di studenti, oltre che esperti e cittadini.

Va rilevato che anche a Budrio si è spontaneamente attivata la dinamica del “branco” con una sorta di accerchiamento nei confronti dell’autore del commento. Spiace rilevare che a dare il via – sicuramente in modo involontario – a questa aggressione via web è stata la stessa vittima dell’offesa iniziale. Piccolo suggerimento: rispondere a ciò che si ritiene essere un’offesa con un’altra offesa (sia pure non a sfondo sessuale) non qualifica la vittima, anzi.

Così, ciò che inizialmente era un’offesa gratuita e sgradevole ha finito per diventare un “botta e risposta” pienamente coerente con il quadro di una società che, quando si specchia nei social network, si riscopre “inferocita e polarizzata” (B. E. Ellis). Come si è arrivati a questo “clima culturale” anche in piccole comunità come quella di Budrio è un interrogativo che dovrebbe coinvolgerci tutti, come attori della (seppur piccola) scena pubblica locale. Come su altre questioni, sono pronto a prendermi le mie responsabilità, anche se mi pare di trovami su questo in grande solitudine.

Del resto, lo stesso sindaco di Budrio non è nuovo a commenti spregevoli sul web contro i suoi avversari: rispondere “fatti curare” (alludendo – immagino – a una qualche malattia mentale) alle critiche di chi ha ricoperto il suo stesso ruolo non è forse un’allusione grave e squalificante per chi la dice?

Dunque, in questo antipatico frangente che ha visto coinvolto Luca Capitani, stupisce lo stupore e suona male l’indignazione di chi ha fondato la propria esistenza politica sull’aggressione verbale, sulle esagerazioni, sulle mezze verità e sulla diffusione in paese di informazioni false.

Poi c’è un’altra vicenda di cui si parlò poco a suo tempo, ma che oggi torna alla mente di molti. La accennavo prima: per controbattere alle sue critiche verso l’Amministrazione (sempre documentate e civili), due anni fa fu consigliato a Debora Badiali di “sciacquarsi la bocca con l’acido”.

Quando accadde non si assistette alla stessa mobilitazione delle “autorità” cittadine. Eppure era un’offesa pesante, aggravata dal richiamo all’acido che è stato lo strumento di diversi uomini per sfigurare il volto delle loro vittime donne. Quella volta, ricordiamolo, ci fu un silenzio assordante. Forse perché l’autore di quel commento è un autorevole volontario della principale (per finanziamenti ricevuti dal Comune) associazione budriese? O semplicemente perché l’offesa rivolta a un avversario politico è un’offesa meno importante? Meglio fermarsi, perché a pensar male si fa peccato.

Altro piccolo suggerimento, questa volta per il sindaco pro tempore: le offese personali e i commenti di odio vanno condannati sempre, non ogni tanto. Sennò si entra nel campo delle strumentalizzazioni, dando adito a interpretazioni malevole. E la solidarietà a doppia velocità, caro Mazzanti, rischia di far perdere anche quel poco di credibilità rimasta.