Referendum costituzionale: perché NO

Referendum costituzionale: perché NO

Domenica 20 e lunedì 21 settembre si voterà per il Referendum Costituzionale.

Premessa: non è questione di infrangere la disciplina di partito. Ci sono fior di dirigenti e intellettuali del nostro mondo già nettamente schierati in modo diverso dalla posizione ufficiale. Né si tratta di evidenziare, in questa fase delicata (che dura ormai da tempo) le difficoltà del PD: quelle sono chiare già così. Piuttosto, è tempo di guardare ai problemi del partito per quelli che sono e di chiamarli con il loro nome.

E allora vorrei esplicitare quattro motivi per cui voterò contro la riforma che ci viene proposta.

  1. Non modifica nulla delle storture che riguardano il funzionamento delle istituzioni democratiche. Un esempio su tutti: il bicameralismo perfetto non si modificherebbe di un millimetro. Le leggi, per essere approvate, dovranno ancora passare (con lo stesso identico testo) dal voto dei due rami del parlamento. Ciò che oggi rende il parlamento più debole (quindi anche il confronto democratico e la democrazia stessa), non viene aggredito né modificato da questa riforma. Siccome per me il numero di parlamentari non è un problema – anzi, è un problema se si riduce perché c’è meno rappresentanza – al quesito rispondo No.
  2. La legge elettorale come correttivo, si dice: certo, questo è parte dello “scambio” concordato con i 5 stelle, finora non realizzato. Due obiezioni quindi: 1. non c’è nessun percorso concreto né accordo in vista sulla legge elettorale; 2. la legge elettorale è appunto una legge ordinaria, modificabile in futuro da un’altra maggioranza, come successo più volte negli ultimi 20-30.
    Stando così le cose il parlamento sarà, nella sostanza, nominato da una ventina di capi di partito e capicorrente: un parlamento di persone che saranno scelte sulla base della fedeltà al capo. È già così adesso e proprio per questo bisognerebbe evitare che questo sistema si rafforzi. Il No è un segnale anche in questo senso.
  3. Già dagli anni ’80 la politica più volte ha tentato di rivedere la Costituzione, nella sua seconda parte. I tentativi che non sono andati a buon fine puntavano alla riduzione della rappresentanza parlamentare, ma soprattutto al rafforzamento della dimensione del governo, della governabilità, della decisione. Fa eccezione l’approvazione della grande riforma federalista del titolo V che però ha prodotto un sistema più complesso e farraginoso nella suddivisione dei poteri tra i livelli territoriali. Una confusione  sul “chi fa cosa” e sul “chi ne risponde” che in realtà ha portato meno democrazia, non di più. Per non parlare della dell’emergenza sanitaria degli scorsi mesi.
    Come ha ben spiegato Gianni Cuperlo esprimendo le ragioni del suo No, “senza rappresentanza effettiva chi governa perde legittimazione a governare“. Come dire che quando valgono solo gli strumenti del governo, della decisione e della governabilità, la tenuta politica è effimera e svanisce presto. [Dovremmo saperne qualcosa nel PD, visto che dobbiamo ancora rialzarci dal doppio ko subìto nel 2016 al referendum e nel 2018 alle politiche.]
  4. Infine, una considerazione sulla filosofia di fondo che ha portato a questa semplice e maldestra riforma. La furia anticasta considera la democrazia rappresentativa una cosa vecchia, da sostituire con la democrazia diretta (organizzata però con i like sul sito privato di una società di consulenza). È un’onda che viene da lontano, dalla fine dei partiti tradizionali e da ciò che ne è seguito (epopea berlusconiana in primis). L’antipolitica fa leva su sentimenti che nascono dalla realtà: su tutti il peggioramento della qualità del personale politico e l’indebolimento (anzi, la crisi) della rappresentanza nelle democrazie contemporanee. Ma non affronta minimamente il problema principale che è la predominanza di gruppi di potere (economici, finanziari, manageriali, editoriali…) che influenzano la politica e che, spesso, hanno interesse a indebolirne gli strumenti democratici e liberali. Se con il mio voto favorevole contribuisco a trasformare il sistema politico – del quale facciamo parte tutti, che ci piaccia o no – in una democrazia oligarchica, il mio voto è No.