Si fa presto a dire civismo. Ma poi?

Si fa presto a dire civismo. Ma poi?

Una parola che va molto di moda, ma va poco lontano senza una visione.

Si fa un gran parlare di civismo. Di questo – si dice – avrebbe bisogno il PD per allargare il campo e forse anche (esagero) per redimersi, per giustificarsi della propria natura di partito politico, con tutto ciò che questo comporta.

Racconto un aneddoto. Diversi anni fa un dirigente politico mostrò quanto è artificiosa la contrapposizione tra politica e società civile. Lo fece con una battuta fulminante:

Se coloro con cui dobbiamo parlare sono la società civile, noi siamo la società militare? Non mi ci ritrovo molto”.

A volte sono proprio i politici a erigere una barriera. Come se non fossimo tutti immersi nello stesso ambiente. Come se non respirassimo tutti la stessa aria, tanto più in una città-paesone come Bologna. Come se chi fa politica da molto tempo avesse qualcosa di sbagliato a prescindere, qualche colpa da espiare.

Ho l’impressione che quando c’è da “buttare palla in tribuna” si invochi il civismo per essere tranquilli. Prima o poi, qualcuno la dovrebbe spiegare tutta questa eccitazione, ai miei occhi piuttosto immotivata.

Esistono successi e fallimenti (di partiti) politici, così come ci sono successi fallimenti civici. Lo dovremmo sapere bene, da queste parti, dove abbiamo visto civismi di ogni genere, con risultati diversi e non sempre esaltanti: da quello che nel ’99 con il centro-destra ha conquistato “Bologna la rossa” a quello che nei territori imbarca tutto e il contrario di tutto pur di sconfiggere l’establishment, cioè il PD; fino a quello che si allea con noi, magari valorizzando nuove figure ma anche riciclando vecchi leoni della politica locale.

Considerato che noi siamo un partito politico – e quindi non una lista civica – la domanda sorge spontanea: quando ci appelliamo al civismo a quale esperienze ci rivolgiamo, quale profilo di civismo (tra i tanti) vogliamo promuovere?

Evocare il civismo tout court rischia di essere solo un diversivo “tattico”, soprattutto se non c’è una lettura della società, delle disuguaglianze tra classi e tra i diversi territori metropolitani, se non c’è un progetto per la città che dica concretamente dove si vuole andare di fronte alla crisi climatica, all’invecchiamento, al tema della sicurezza, ai bisogni e alle aspettative dei giovani.